3 anni in 3 parole: un nuovo inizio – 2019-20-21

Il momento presente, in cui mi sto mettendo a scrivere queste righe, corrisponde alle 13:59 del 2 luglio 2021. Fuori la stella madre brilla impetuosa e sebbene le giornate abbiano già cominciato ad accorciarsi, il mio amato autunno è ancora lontano. Metto le cuffie per ascoltare un sottofondo di pioggia registrato in qualche foresta pluviale. Mi aiuta a superare l’estate.

Quanto tempo è passato dall’ultimo racconto? Quante cose sono successe? E soprattutto, in questo tempo quante cose sono cambiate, fuori e dentro di me? Non riesco a contarle. Forse perché sono troppe, o forse perché in realtà nulla è cambiato a parte il mio modo di osservare.
Potrebbe essere ora di fare un piccolo aggiornamento? Tutte le cellule del mio corpo dicono di sì.

Se volessi riassumere questi ultimi 3 anni in 3 parole, probabilmente sarebbero: un nuovo inizio.

Come diceva Raige ai tempi degli One Mic nella canzone Pioggia (canzone che ha segnato il nostro immaginario musicale in epoca adolescenziale): “ogni inizio inizia da una fine” e forse oggi più che mai mi sento in piena risonanza con questa affermazione.

Iniziamo dal principio, da dove eravamo rimasti.

Era il 21 Settembre 2018, mi avevano appena diplomato alla Libera Scuola onorando la conclusione del mio percorso formativo. Dopo i saluti, calorosi ed affiatati come non mai, riprendevo la strada per il viaggio di ritorno, con il cuore pieno di gratitudine verso tutti i miei compagni di viaggio, e pieno di fiducia verso il fato provvidenziale che, attraverso il filo di questo respiro, stava già tessendo la trama di un nuovo attimo presente pieno di potenzialità.

Ecco, sì, eravamo rimasti qui, però non amo narrare al passato, non in questi racconti, dunque ritorno ad una narrazione nel tempo presente, ma voi sapete che siamo ad Autunno 2018.

Ultimamente mi rendo conto che il mio modo di osservare sta mutando. Se prima quando guardavo gli altri vedevo semplicemente gli altri, ora quando li osservo non posso fare a meno di scorgere al contempo anche una parte di me. Come se “l’altro” fosse anche uno specchio, in cui poter guardare un frammento della mia essenza. In tal senso, tutte le esperienze che sto attraversando a partire da questo 2018 assumono una duplice valenza. Ogni evento, seppur rappresentando sé stesso, al contempo sembra offrire l’occasione per conoscermi sempre meglio.

Settembre 2018, Anna mi dice (citando a memoria): “tra pochi giorni dovrei tenere un corso in Molise, ma le circostanze impreviste non me lo permettono. Essendoti appena diplomato, te la senti di condurlo tu ?”. Questo gesto mi arriva come una grande opportunità, come un grande segno di fiducia da parte sua. Sono stanco, provato dal lungo viaggio, ma ne sono profondamente felice. Accolgo e seguo il flusso.

Mentre dal finestrino ammiro la mutevolezza del paesaggio, che dalla morbida collina toscana cede il passo alle taglienti montagne molisane, contemplo il fatto che senza questo pretesto forse non avrei mai avuto occasione di visitare questa misteriosa regione. Non ho mai viaggiato, ma attraverso le iniziative connesse al mondo dell’agricoltura sto avendo l’opportunità di farlo. È bello conoscere nuove realtà, nuovi paesaggi, così diversi eppure anche così simili alla mia Romagna. È bello incontrare nuove persone, per il piacere di conoscerle, e di specchiarmi nei loro occhi.

In questo momento mi sto specchiando nello sguardo di 7 anime sedute davanti a me, sono i partecipanti di questo corso introduttivo. Siamo nel capanno-laboratorio del podere di Stefania dove stiamo vedendo le basi teoriche su cui si fonda il concetto di orto sinergico. Il Molise è ventoso, almeno in questa zona, troppo ventoso per la mia indole sgiugnola, dunque tutte le volte che posso richiamo il gruppo al coperto, e giù di teoria. Gloriosa teoria, salvifica, sì, perché ci ripara dal vento, ma non solo. Gloriosa teoria, perché permette di accedere ad informazioni preziose, indispensabili per comprendere in modo ampio la complessità di un vasto tema come l’agricoltura. Specialmente quando si intreccia con l’ecologia.

Nel mio caso la teoria è stata molto preziosa, tanto quanto la pratica. Certi punti chiave della conoscenza nozionistica mi hanno veramente svoltato la vita. Quindi ora che sono al primo corso ufficiale gestito in autonomia, scelgo di battere il ferro finché è caldo, spolpando gli argomenti che trovo essenziali e ponendo gli accenti nei punti che trovo prioritari.

Mentre parliamo mi sembra di rivedere nei loro volti certe mie perplessità del passato, tipiche di chi si sta avvicinando per la prima volta a un tema immensamente affascinate, ma sconosciuto. Mentre parliamo mi accorgo che la scelta delle parole è connessa ad una semplice e limpida volontà di fondo: essere il più chiaro possibile così da evitare fraintendimenti. Questa esperienza io l’ho già fatta, ormai diversi anni fa. Mi piacerebbe, se possibile, risparmiargliela. Il fatto di farsi illusioni intendo. Mi piacerebbe potergli evitare la fase in cui l’immaginazione lavora senza freni, perché so che poi la forza di gravità ti riporta coi piedi per terra, e a quel punto dipende tutto da come atterri.

I principi di Fukuoka, così come quelli di Emilia, o di Bill, sono pochi e semplici. Eppure basta poco per fraintenderli. Ci vuol niente a capire fischi per fiaschi. A me è già successo, ormai 6 o 7 anni fa.

Durante i 4 giorni che abbiamo a disposizione cerco di fare il possibile per trasmettere ai 7 partecipanti tutto quello che posso, tenendo frenata la mania di onnipotenza e rimembrando una semplice verità: “io posso fare solo quello che posso fare, dopodiché sarà la loro esperienza con la Terra a fare il resto” mi dico “e se vorranno io sarò sempre a disposizione per una chiacchierata, per un confronto, per un chiarimento – o se proprio vogliono – per parlare d’amore. (cit.)

Mentre questa esperienza mi attraversa – come il flusso di un ruscello – nel metaforico setaccio interiore ritrovo due piccole pietre preziose, trattenute dalla corrente. Sul treno di ritorno verso la Romagna – tra me e me – le osservo. Ne contemplo i colori, le sfaccettature, scorgendo al tempo stesso anche il mio riflesso, frammentato tra le crepe e le venature del minerale.

Tutto è andato bene – mi dico – tutto è andato… come sempre! Anzi.

Tutto è andato quasi come sempre. Ebbene non posso fare a meno di osservare un fatto (una di queste metaforiche pietre rimaste nel setaccio) ovvero che per quanto io abbia cercato di fare tutto così come mi è stato insegnato, comunque – inevitabilmente – ci ho messo del mio. E mettendoci del mio, comunque – in qualche modo – ho leggermente cambiato il messaggio che dovrei tramandare. Non è cambiato nel contenuto, ma nella forma. Non nell’intenzione, ma nel modo di essere trasmesso. Mi ascolto dentro e mi sembra una cosa bella. Penso ai miei insegnanti, Antonio e Anna, e mi chiedo se sarebbero fieri di me. Gli scrivo per raccontargli questi 4 giorni, cerco di trasmettergli l’atmosfera che si respirava. Sembrano felici, mi appaiono felici, ma non sono sicuro di riuscire a trasmettergli questo piccolo e significativo dettaglio.

Non so se sto riuscendo a fargli vedere esattamente il colore e le venature di questa piccola pietra preziosa, che non potrei chiamare in nessun altro modo se non: evoluzione.

Mentre il paesaggio molisano cede il passo a quello romagnolo; le montagne – talmente ripide da conficcartisi nella schiena – cedono il passo alla buona vecchia bassa pianura. In questo frangente affiora un’idea, una potenzialità: aprire l’orto Entelekia alle visite, mettendolo a disposizione come luogo di divulgazione, così da poter favorire le persone interessate a rimettere le mani nella terra, ricostruendo un filo con la tradizione agricola.

Questa possibilità è proprio come un seme nel naturale ciclo delle stagioni. Dopo il concepimento rimane in dormienza fino alla primavera 2019 in cui sboccia con un primo gruppo di 6 persone che approdano all’orto Entelekia aprendo la strada ad una serie di eventi a cadenza mensile. A volte arrivano 6 o 7 persone, a volte 2 o 3, in due occasioni ne viene una, beccandosi un corso intensivo super accelerato.

Complessivamente per quest’anno, da marzo a settembre, ho avuto il piacere di incontrare circa 40 persone. Ogni volta entrare in contatto con ognuna di esse è stato in qualche modo disarmante. L’atto di umiltà che praticano persone più grandi di me nel predisporsi ad apprendere da qualcuno di più giovane è un fenomeno degno di nota. L’umana empatia che scorre in questi incontri, è un fenomeno decisamente degno di nota. Questa volontà di sottofondo, ancorata al favorire gli altri nell’avvicinamento alla terra riducendo al minimo l’attrito del fenomeno illusione/delusione, è certamente degna di nota. E lo è altrettanto il fatto che – mese dopo mese – il mio modo di comunicare è via via sempre diverso. In questo 2019 sono testimone di una continua evoluzione – di una perpetuata entelekia – che ha luogo attraverso questi incontri.

Ogni volta, dopo ogni evento, informo Antonio ed Anna rendendoli partecipe della bellezza di ciò che sto vivendo, ma ancora sento che forse non sto riuscendo a trasmettergli quanto profondamente stia cambiando il mio modo di trasmettere il messaggio. Inizia ad essere abbastanza diverso rispetto al loro insegnamento di partenza. Lo vedo sempre più chiaramente: il cambiamento avviene non nella sostanza e non nell’intenzione, bensì nella forma e nella modalità di divulgazione. Prima seguivo loro, mettendomi a servizio della loro voce. Adesso – inevitabilmente – sono a servizio della mia.

Osservo la realtà che mi circonda. Osservo i nostri dialoghi, le risposte che ricevo. La variazione di tonalità. Osservo certi specifici silenzi, certe esitazioni. Osservo l’aria e l’odore che sembra assumere quando cerco di affrontare questo discorso durante le telefonate. Ai miei occhi sono tutti elementi nuovi che in passato non riscontravo. Forse perché non c’erano? O forse c’erano, ma il mio sguardo non era abbastanza affinato? Ma ora ovunque rivolgo l’attenzione scorgo il frammento di un riflesso. Sommando tutti i frammenti ne deriva una percezione: il dubbio che questa cosa possa non piacergli. Il pensiero che i miei insegnanti possano non essere felici del modo in cui trasmetto il loro messaggio. Del modo in cui esso stia evolvendo attraverso di me. A pensarci sembra un timore così irrazionale, eppure la mia pancia dice il contrario.

Parallelamente accadono tante altre cose, troppe da raccontare in queste righe. Troppo dettagliate per poter prenderle in considerazione senza perdere di vista il filo del discorso. So che forse non vi sembra, ma questo discorso ha un filo ben preciso.

Giunto a Ottobre 2019 ormai è come se tutto mi stesse dicendo di fermarmi e di cercare l’occasione per confrontarmi con Anna e Antonio. Per telefono, a distanza, sembra molto complesso capirsi. Il flusso degli eventi ci da una prima possibilità di dialogo nell’incontro annuale della Libera Scuola, questa volta siamo al podere del buon Michele. Da un lato è bello ritrovarsi in terra di Romagna. Dall’altro, si sente proprio che questa pianura sorge su una palude! Quando ci incontravamo in collina, mi dico, l’aria sembrava più frizzante. Sarà la densa nebbia, saranno gli alberi spogli, sarà l’umidità, ma sta volta la bassa si fa sentire in tutta la sua bassezza.

In questa occasione purtroppo Anna non ha potuto presenziare. Cerco di cogliere un momento idoneo per confrontarmi con i presenti. Vorrei rimettermi in discussione e condividere con loro la mia evoluzione nel fare divulgazione. Mi piacerebbe capire chiaramente cosa ne pensano, ma gli argomenti all’ordine del giorno sono tanti e non riesco a trovare il momento idoneo per parlarne. Non come vorrei. Non come avremmo bisogno.

Troppo presto arriva il momento dei saluti, ci diciamo che questi incontri sono sempre così veloci, e che dovremmo farne di più. Incontrarci una o due volte all’anno è troppo poco, sarebbe bello vederci ad ogni stagione. Proponiamo di organizzarci per il 2020. Ricreare più incontri ci aiuterà ad armonizzarci più spesso e ad essere un gruppo unito. Ci salutiamo con questo intento, una mattina di novembre mentre il cielo è plumbeo e una coperta di nubi dense filtrano i raggi della stella madre creando una luce argentea, che permea ogni cosa e non produce ombre. L’atmosfera è incantevole, ma nella mia pancia l’energia è bassa come la pianura, o come la palude.

Il prossimo incontro in programma è per Aprile, dovremmo trovarci da Antonio in Piemonte. Che bello, mi dico, non ho mai visto il Piemonte! Già pregusto un Aprile sognante e soleggiato tra colline, montagne ed aria frizzante. Mi sento molto propositivo. Ho molta fiducia, ma ben presto arrivano le prime notizie dell’avvento pandemico con le conseguenti restrizioni sociali.

Siamo a Marzo 2020, è sera, hanno appena annunciato ufficialmente l’inizio del primo lockdown. Qualcuno dice che saranno solo poche settimane, qualcuno dice che non si può sapere. Se ascolto la pancia sento che questo è l’inizio di un cambiamento epocale per la nostra società, in cui sarà necessario adattarsi. “Adattamento è resilienza, ce lo insegnano le piante, ce lo insegna la Natura” mi dico.

In questa notte senza luna e senza stelle, nel letto penso tra me e me: “sarà il caso di adattarmi a questo cambiamento e magari iniziare a pensare alla vaga possibilità di organizzare qualche evento di divulgazione … online ?!”

Subito dopo mi affiorano un cascata di dubbi, di interrogativi, di problemi apparentemente invalidanti. Del tipo: “eh, ma l’agricoltura mica la si può far capire attraverso il computer” ; oppure: “eh, ma se non si fa un’esperienza dal vivo viene a meno l’essenza più vibrante della divulgazione da essere umano ad essere umano” ; e ancora: “eh, ma già è difficile far capire le cose in 4 o 5 giorni di presenza, figuriamoci attraverso uno schermo senza poter mettere le mani nella terra!“. Insomma, sembra meglio lasciar perdere, senza neanche provarci.

Mi sveglio al mattino, il primo pensiero è volto alla sopravvivenza. Valuto le incognite del periodo che ci attende e conteggio mentalmente i semi a disposizione nel freezer improntando una bozza di programma per coltivare quanto più cibo possibile in modo da valorizzare al massimo lo spazio e il tempo.

Il secondo pensiero richiama quanto contemplato durante la notte: “sarà mica il caso di fare qualche prova di evento online?” l’idea di fermare la divulgazione a causa del lockdown mi rattristava troppo. “Proprio perché siamo in crisi mondiale” – mi dico – “è il momento di facilitare al massimo la divulgazione, così da fornire mezzi teorici e pratici a quante più persone possibile. Così da favorire la coltivazione di balconi, terrazzi, orticelli, giardini, aiuole, aiutando le popolazioni a diventare più resilienti”. Questa, in sintesi, è la forma del mio secondo pensiero.

Apro la mail e leggo un messaggio di due ragazzi, due fratelli, Andrea e Daniele, i quali mi sottopongono un semplice e tagliente quesito: “ciao Alessandro, vorremmo sapere se tu fai corsi o webinar online”. Non posso fare a meno di leggerlo come un segnale. Se ascolto la mia pancia, questa mail è come una porta che si apre verso un nuovo orizzonte. L’impulso è irrefrenabile, la mia risposta è affermativa e da questa scintilla nasceranno degli incontri gratuiti mensili sperimentali, inizialmente di 4 o 5 giorni, per finire ad arrivare alle 2 settimane abbondanti (ciascuno). Tutto questo ha poi dato vita all’evento online iniziato da dicembre 2020 intitolato ‘dall’orto all’agroforesta’.

Mettermi a servzio per questo percorso, per questa sperimentazione (che ancora oggi sta evolvendo) è stato inestimabile. Sono felice e fiero di aver fatto le scelte che ho fatto, poiché da esse è fiorita un’evoluzione inimmaginabile che ha superato di gran lunga ogni aspettativa. A seguito di questi incontri online la divulgazione è potuta continuare, espandendosi a livello nazionale ed internazionale. Inizialmente decine, e poi centinaia e migliaia di persone hanno potuto ricevere il materiale divulgato liberamente, mettendo in pratica le informazioni trasmesse, fino a ottenere risultati molto concreti.

Con questa esperienza è stato segnato un precedente. Una cosa del genere non era mai successa prima, ma facciamo un passo indietro. Torniamo all’inizio del primo lockdown, torniamo al Marzo 2020, con una narrazione al tempo presente.

A seguito dei primi eventi online, carico di entusiasmo per la sperimentazione in corso e per i primi feedback altamente positivi, condivido questi risultati con tutto il gruppo della Libera Scuola durante un incontro avvenuto sul web (appunto per via della situazione pandemica). Mi esprimo, racconto con entusiasmo, ma in risposta ricevo principalmente silenzio, quel tipo di silenzio che forse sottintende un vago dissenso. Dopo qualche giorno a rompere il silenzio è proprio Anna, esprimendosi contraria alla divulgazione dell’agricultura sinergica attraverso eventi online, soprattutto se questi portano il nome della Libera Scuola. Mi invita a rispettare una lenta procedura per regolamentare ed ufficializzare questa sperimentazione, ma l’attrito di un iter burocratico mi sembra fuori luogo. “Il cambiamento è adesso, la pandemia è adesso” – mi dico – “la necessità è adesso. In qualità di libero insegnante diplomato alla Libera Scuola scelgo di non frenarmi, e di portare avanti la sperimentazione” – forse ho troppa fretta, e qualcuno dice che in agricoltura naturale la fretta non è mai una buona cosa, ma non credo sia solo fretta. È più un’urgenza, la stessa che ha una gemma quando arriva la temperatura giusta per la fioritura. Non posso fare a meno di seguire questo impeto, e così continuo.

Parallelamente arriva l’estate, la stretta sulle limitazioni sociali si allenta, tutto ricomincia parzialmente a fluire e si riapre la possibilità di vivere esperienze in presenza. Emanuele, colui che ci aveva accompagnati a Corricelli, propone ad Anna e me un corso di 4 giorni a Cori in cui farci presenziare come co-docenti. Anna è ben disposta a questo incontro, ed io lo sono altrettanto. Ci diciamo che sarà una bella occasione per guardarci negli occhi e metterci in gioco, riarmonizzandoci, o dissonando definitivamente.

Le confesso che per me questo incontro sarà una nuova possibilità di essere ‘messo sotto esame’, ma questa volta mi ci metto volontariamente. “E sarà bello, e denso di significato” – le dico – “farmi esaminare proprio da te, che sei la stessa persona ad avermi conferito il diploma 2 anni fa”. Da un lato cerco di prepararla psicologicamente dicendole “Guarda Annarì che mi vedrai fare cose proibite nell’agrcultura sinergica, sei pronta?” e lei risponde con i suoi “Alessà, e fa un po’ come te pare!” volti a smorzare la mia insostenibile solennità.

E insomma, arriva il tanto atteso corso. Fa un caldo bestiale, ci ripariamo come possiamo all’ombra del vigneto e degli alberi adiacenti all’orto. Spieghiamo ai partecipanti che l’esperienza sarà condotta da Anna, che porta una modalità di approccio un po’ più classicheggiante, e da me, che invece porto una modalità un po’ più sperimentale. Li invitiamo a osservare in modo dinamico entrambe le ‘scuole’ prendendo da ognuna le cose migliori per loro. E via, il gruppo si divide in due, una parte segue Anna, una parte segue me, alternandosi periodicamente così da avere la visione d’insieme il più veritiera possibile. A tratti mi sembra un’esperienza simile a quella di Maccarese, ma se in quel contesto ci tenevo molto ad entrare a far parte della Libera Scuola, questa volta sono totalmente sereno all’idea di prendere un calcio nel culo accademico.

Mentre il team Anna prepara le prime aiuole rialzate, come vuole appunto la scuola della proverbiale Aiuola Alta, il team Ale ci da giù con la forcavanga a spianare delle aiuole in piano, in linea con il pattern estetico morale dell’orto Entelekia. Mentre da un lato si srotolano i balloni di paglia per comporre una scintillante pacciamatura leggera, dall’altro si lacerano sacconi di segatura per iniziare ad improntare una greve pacciamatura pesante.

Ci sono anche i momenti di teoria, in cui mi alterno con Anna che propone i video di Emilia e le testimonianze della sua grande esperienza con gli orti scolastici, mentre io mi trovo a proiettare alcuni video di Fukuoka e di Ernest, per cercare di chiudere il cerchio. Avrei portato un proiettore per fargli vedere delle slide appositamente preparate, ma a causa di un problema tecnico (un’incomprensione) alla fine mi sono ritrovato a portare un rotolo da architetto con dentro 30 gigantografie cartacee. Per la cronaca, le stesse slide sono diventate poi la base per le prime due giornate dell’evento online ‘dall’orto all’agroforesta’.

Sul finale, mentre il team Aiuola Alta è già passato a semine e trapianti, il team Entelekia sta ancora preparando il suolo, manca però il letame. “Il letame?!” domandano, sconquassati, alcuni partecipanti. “Il letame ragazzi, il letame!” rispondo “avete presente il ciclo dell’Azoto? il letame!”. Per nostra fortuna troviamo un maneggio subito dietro la collina, e con la gentile assistenza di Elisa, una partecipante, vado personalmente a caricarne due barili. Meraviglioso letame equino.

Così, mentre agisco, mi osservo da fuori, e osservo le reazioni degli altri. In particolare quelle di Anna. Cerco di leggere in anticipo quale sarà l’esito di questa esaminazione. Già mentre esponevo le slide autoprodotte, mentre forca-vangavo le aiuole in piano e mentre stendevo il cippato, percepivo un silenzio vagamente dissenso. Ma quando abbiamo aperto il bidone del letame le ho visto proprio sgranare gli occhi.

Arrivati al termine di questa avventura i partecipanti ci danno un feedback prezioso, sono tutti d’accordo sulla bellezza e sull’importanza della diversità. Sono complessivamente felici per aver ricevuto due stimoli diversi che li incita a rimanere con la mente aperta. In molti dicono che se così non fosse stato, si sarebbe probabilmente fossilizzati su un singolo metodo.

Arriva il momento dei saluti, una decina di persone che fino a pochi giorni fa erano estranee, ora riprendono le loro strade portando con sé un’inevitabile connessione inestinguibile. Prima della mia partenza Anna e io ci confrontiamo. Sono tutto orecchie, pronto all’esito. In sintesi, mi dice: “Alessà, Emilia ci ha insegnato un’altra cosa. Non usava il letame, non usava il cippato, e faceva le aiuole alte”. In altre parole, dico io: “bocciato!”.

Tutto questo poi va a sommarsi a tante altre dinamiche simili e diverse, ma anche in questo caso prenderle in esame dettagliatamente significherebbe allontanarci dal filo del discorso, che invece ora voglio portare verso una conclusione.

Ricordate quello che dicevo quando mi trovavo per la prima volta a casa di Anna ? Il discorso sull’albero in via di sviluppo; il fatto di sentire nitidamente di essere parte di un organismo in fase di crescita, ben radicato a terra e con i rami in continua espansione? Vi ricordate ? Ecco, ora vorrei esprimermi senza giudizio, osservando nel modo più oggettivo possibile ciò che semplicemente è l’andamento degli eventi. Così come si potrebbero osservare i movimenti dei flussi e dei processi biologici nella vita di un albero in crescita. Magari proprio di quell’albero in continua espansione.

Devo dire che più passa il tempo e più mi sembra che in realtà abbiano sempre tutti ragione. Le persone discutono, portano argomentazioni differenti, eppure sembrano dire la stessa cosa, ma con differenti parole.

Mi viene in mente un’antica storia indiana, raccontata da Prem Rawat durante una conferenza:

Ci sono 4 uomini non vedenti che camminano lungo la strada e per la prima volta nella loro vita incontrano un elefante, accompagnato da un piccolo uomo.

Si rivolgono a lui chiedendogli di poter toccare l’elefante, così da capire finalmente com’è fatto. Il piccolo uomo acconsente e li fa avvicinare.

Il primo uomo tocca la proboscide; il secondo uomo tocca un orecchio; il terzo uomo tocca una zampa e il quarto uomo tocca la coda. Ringraziano e proseguono il cammino.

Poco dopo, il primo uomo (che aveva toccato la proboscide) dice: “ragazzi! non l’avrei mai detto che un elefante avesse la forma di un lungo ramo ricurvo!”. Il secondo uomo (che aveva toccato l’orecchio) risponde: “ma cosa dici? l’elefante ha la forma di una grande foglia di banano!”. Il terzo uomo (che aveva toccato la zampa) esorta: “vi sbagliate, l’elefante ha la forma di un grosso tronco” ed il quarto uomo (che aveva toccato la coda) conclude: “no ragazzi, l’elefante è come un sottile serpente che termina in un ciuffo di pelo”.

I quattro uomini continuarono a camminare, discutendo e portando quattro argomentazioni diverse, eppure tutte vere, filtrate dal fatto che nessuno di loro poteva vedere la vera forma dell’elefante.

Ecco, riportando questa morale al nostro contesto: non penso che qualcuno abbia più ragione di qualcun altro. Non penso che sia meglio la ‘scuola entelekia’ rispetto alla ‘scuola aiuola alta’ o qualunque altra scuola. Non trovo ci siano verità più vere di altre. Penso che abbiamo tutti ragione, ognuno ha una piccolissima ed attendibilissima parte di ragione.

In quanto esseri umani imperfetti (e perfetti nella nostra imperfezione) forse siamo destinati a questo. A non poter osservare razionalmente la realtà nella sua immensa totalità, ma possiamo solo (o addirittura) osservarla parzialmente: chi la proboscide, chi l’orecchio, chi la zampa e chi la coda.

Per questo quando si ha a che fare con gli altri è importante darsi dei feedback periodicamente, per questo è importante capire se si sta continuando ad osservare la stessa parte della realtà. Capire se si sta cercando di raggiungere la stessa destinazione, se si è mossi dallo stesso intento. Se si risuona nella stessa frequenza di base. In fondo dalla zampa alla coda il passo è breve.

Morale della favola:

da quando mi sono avvicinato all’agricoltura con la volontà di fare divulgazione, per me è sempre stato prioritario il fatto di rendere le cose facili e pratiche, a costo di sovvertire principi, insegnamenti, tecniche, tutto. I miei insegnanti e amici della Libera Scuola invece hanno un intento simile, ma diverso. Da quello che mi sembra di aver capito, loro vogliono trasmettere l’insegnamento che hanno ricevuto da Emilia, così come gli è stato tramandato. A pensarci bene, in effetti, questa cosa l’avevo anche letta da qualche parte sul loro sito, e forse anche in qualche libro e/o sentita in qualche video/intervista. Eppure all’epoca questo fatto non contava molto per me, poiché pensavo che sarebbe stata possibile una convivenza, o forse semplicemente non avevo occhi per vederne l’insormontabilità.
Dal mio canto è anche vero che sono stato chiaro fin da subito, dal momento in cui mi sono presentato al primo incontro con una tesina scritta nero su bianco, ricca di argomentazioni evolutive. Ero già allineato su questa volontà anche quando mi diplomavo a Corricelli con la stessa medesima tesina.

A pensarci, era tutto già molto chiaro, eppure, non c’era la circostanza per prenderne atto. Forse la mia indole mi porta a cercare di evitare le separazioni, a non mollare mai, a costo di strapparsi le braccia. Tanto che ci è voluta una lettera di espulsione ufficiale per convincermi a prendere la mia strada. In coincidenza con l’espulsione ho sentito di dover slegarmi dalle formule linguistiche codificate da altri, e ho finalmente deciso di coniare un codice linguistico che rispecchiasse semplicemente il mio modo di intendere l’agricoltura. Così nacque il concetto di “Agriculture Evolutive”.

Ad una prima lettura può sembrare una brusca separazione, ma secondo la metafora dell’albero forse è semplicemente servito il giusto tempo, affinché la linfa grezza potesse essere assorbita dalle radici, trasformata nell’attività fotosintetica e reindirizzata verso la fioritura e la produzione del seme.

E a chi oggi mi chiede “Alessandro ma tu non facevi parte della Libera Scuola? Come mai avete preso strade diverse?” penso che risponderò:

Nel momento in cui il seme è pronto può iniziare l’entelekia – non un attimo prima e non un attimo dopo . Quando è pronto compie un salto di fede e prende il volo verso un viaggio di non ritorno, portando in sé un nuovo codice genetico, verso un nuovo orizzonte in cui radicare e far evolvere la sua specie. Il seme è nel giusto quando prende il volo; e così anche l’albero madre è nel giusto rimanendo radicato lì dov’è. Ognuno fa la cosa giusta seguendo la propria natura. Hanno tutti ragione ed è tutto perfetto.

Anche se abbiamo preso strade diverse, Anna e Antonio saranno sempre i miei insegnanti. Gli sarò sempre profondamente grato e gli vorrò sempre bene, così come ne vorrò a tutta la Libera Scuola. Resto aperto alla possibilità di riabbracciarli il giorno in cui la vita decidesse di intrecciare nuovamente il nostro cammino. Non posso fare a meno di contemplare il fatto che senza di loro, senza averli incontrati, certamente oggi non sarei quello che sono.

Mentre scrivo queste parole l’orologio segna le 23:28 del 2 luglio 2021.

Un altro respiro arriva, e con esso, un nuovo inizio.

articolo in allestimento

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